Sweet dog
Il complottista collettivo non saprà mai che il generale Mattis in Iraq era uno zuccherino
Il soprannome del nuovo capo del Centcom, il generale James Mattis, è “mad dog”, cane pazzo, nomignolo che nel vocabolario affettivo dei marine sta dalla parte della virtù; cane pazzo perché dice le cose come stanno, parla chiaro, non cede ai luoghi comuni del politichese. Quando Barack Obama ha nominato Mattis per un posto chiave della gerarchia militare sapeva che lui era un cane pazzo, e non aveva bisogno che nessuno gli spiegasse in che senso i suoi uomini lo chiamano così.
24 AGO 20

Il soprannome del nuovo capo del Centcom, il generale James Mattis, è “mad dog”, cane pazzo, nomignolo che nel vocabolario affettivo dei marine sta dalla parte della virtù; cane pazzo perché dice le cose come stanno, parla chiaro, non cede ai luoghi comuni del politichese. Quando Barack Obama ha nominato Mattis per un posto chiave della gerarchia militare sapeva che lui era un cane pazzo, e non aveva bisogno che nessuno gli spiegasse in che senso i suoi uomini lo chiamano così. Ma il generale di soprannomi ne ha altri. I terroristi che infestavano Fallujah nel 2004 chiamavano lui e i suoi marine “awat”, il nome di un dolce tipico iracheno che si sbriciola facilmente fra le mani.
Pastafrolla o zuccherino, si direbbe dalle nostre parti. Per l’occidente liberal e retroscenista Mattis era allora il soldato sanguinario che per conto di Bush doveva prendere la roccaforte di Fallujah; sull’altro lato del fronte lo stesso generale era uno zuccherino, uno strato di pastafrolla che la resistenza delle milizie poteva rompere facilmente. La visione del nemico corrispondeva a un lungo dibattito strategico fra i marine e l’esercito regolare: i primi avevano adottato uno dei motti di Mattis: “Noi bussiamo, non sfondiamo la porta”, mentre l’esercito avrebbe voluto prendere la città con bombardamenti in stile Coventry.
I marine di Mattis hanno vinto la battaglia interna prima e quella sul campo poi, senza per questo riuscire a fermare i cani da guardia – questi sì pazzi, militarmente parlando – della controinformazione, che hanno sciorinato il solito elenco di misfatti delle truppe americane: armi chimiche, napalm a pioggia, fosforo bianco che brucia la pelle dei civili. Non è bastato che il New York Times smentisse la versione apocalittica della battaglia di Fallujah del documentario di Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta trasmesso da Rainews24; non è bastato che autorevoli giornalisti che erano a Fallujah nei giorni dell’offensiva – tipo Dexter Filkins e Bing West – contraddicessero la storia scritta da Ranucci e Torrealta, peraltro in contumacia; non è bastato che giornali liberal come il Guardian sollevassero dubbi sulle accuse fatte agli americani di aver usato impropriamente armi (consentite) come il fosforo bianco; non è bastato che gli uomini di al Zarqawi – quelli che gestivano la sala delle torture di Jolan Park, dove l’operatrice umanitaria irlandese Margaret Hassan è stata trovata in pezzi – dicessero che il generale Mattis era soltanto un dessert se paragonato a quello che l’esercito avrebbe potuto fare; e oggi non basta che Obama, premio Nobel per la Pace, lo promuova a capo del comando centrale per togliere l’alone di pregiudizio del complottista collettivo.
Lo dimostrano le e-mail piccate che Nicola Borzi del Sole 24 Ore ha inviato al collega ed ex fogliante Christian Rocca – e subito finiti su Internet – colpevole, a suo dire, di aver descritto in un articolo il generale Mattis in modo ideologico, irrispettoso per le vittime di una battaglia condotta con metodi barbari, roba inaccettabile e disumana. Ma che persino il nemico considerasse cane pazzo soltanto uno zuccherino, uno “dalla parte dei buoni” – tanto che il democratico Obama lo ha scelto per un compito più alto, e i democraticissimi giornali che lo sostengono non hanno fiatato –, questo non lo si dice quasi mai. E dire che non serve uno 007 per scoprirlo.
Pastafrolla o zuccherino, si direbbe dalle nostre parti. Per l’occidente liberal e retroscenista Mattis era allora il soldato sanguinario che per conto di Bush doveva prendere la roccaforte di Fallujah; sull’altro lato del fronte lo stesso generale era uno zuccherino, uno strato di pastafrolla che la resistenza delle milizie poteva rompere facilmente. La visione del nemico corrispondeva a un lungo dibattito strategico fra i marine e l’esercito regolare: i primi avevano adottato uno dei motti di Mattis: “Noi bussiamo, non sfondiamo la porta”, mentre l’esercito avrebbe voluto prendere la città con bombardamenti in stile Coventry.
I marine di Mattis hanno vinto la battaglia interna prima e quella sul campo poi, senza per questo riuscire a fermare i cani da guardia – questi sì pazzi, militarmente parlando – della controinformazione, che hanno sciorinato il solito elenco di misfatti delle truppe americane: armi chimiche, napalm a pioggia, fosforo bianco che brucia la pelle dei civili. Non è bastato che il New York Times smentisse la versione apocalittica della battaglia di Fallujah del documentario di Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta trasmesso da Rainews24; non è bastato che autorevoli giornalisti che erano a Fallujah nei giorni dell’offensiva – tipo Dexter Filkins e Bing West – contraddicessero la storia scritta da Ranucci e Torrealta, peraltro in contumacia; non è bastato che giornali liberal come il Guardian sollevassero dubbi sulle accuse fatte agli americani di aver usato impropriamente armi (consentite) come il fosforo bianco; non è bastato che gli uomini di al Zarqawi – quelli che gestivano la sala delle torture di Jolan Park, dove l’operatrice umanitaria irlandese Margaret Hassan è stata trovata in pezzi – dicessero che il generale Mattis era soltanto un dessert se paragonato a quello che l’esercito avrebbe potuto fare; e oggi non basta che Obama, premio Nobel per la Pace, lo promuova a capo del comando centrale per togliere l’alone di pregiudizio del complottista collettivo.
Lo dimostrano le e-mail piccate che Nicola Borzi del Sole 24 Ore ha inviato al collega ed ex fogliante Christian Rocca – e subito finiti su Internet – colpevole, a suo dire, di aver descritto in un articolo il generale Mattis in modo ideologico, irrispettoso per le vittime di una battaglia condotta con metodi barbari, roba inaccettabile e disumana. Ma che persino il nemico considerasse cane pazzo soltanto uno zuccherino, uno “dalla parte dei buoni” – tanto che il democratico Obama lo ha scelto per un compito più alto, e i democraticissimi giornali che lo sostengono non hanno fiatato –, questo non lo si dice quasi mai. E dire che non serve uno 007 per scoprirlo.